Uno dei più grandi vizi direi che è il pensare al posto di un altro, decidere cosa sia bene per lui, senza neanche consultarlo...è doppiamente un vizio, un'appropriazione indebita della facoltà che ha ciascuno di noi di sapere, di capire, di poter fare liberamente e in santa pace i propri errori. 
La fragilità, una volta si chiamava debolezza, non è più consentita: oggi è un peccato.
(possiamo anche tenerci i nostri attimi di fragilità, che siano attimi, ma restino parti di noi stesse)
mi confesso: ho peccato di invidia verso un blog visitatissimo ho peccato di lussuria vero un' altro che ho amato tanto da non poterne fare ameno ho peccato di accidia verso questo su cui non ho piu scritto ho peccato di gola verso il mio che non potevo smettere di mangiarmelo con gli occhi ho peccato di ira verso quello di quella tizia che offendeva una mia amica ho peccato di avarizia lasciando pochi commenti in giro ho peccato di superbia nei confronti dei blog sfigati.
Ho sempre creduto che il vizio appartenesse profondamente all’anima della persona, che insomma fosse una cosa intima, una firma, la propria bandiera. In alcuni casi e per certi versi alcune tendenze riportavano l’individuo in uno stato di pace con se stesso e nell’idillio del proprio segreto ritornava in pace col mondo. Perverso è vero, ma tanto umano. Quello è un deviato mentale, si diceva indicando sempre qualcun’altro e non prendendo mai se stessi in seria considerazione ed erano sempre coloro che, insistendo nella retta via, assaggiavano tutto l’amaro della vita. Se considero adesso i sette vizi capitali come l’obbrobrio di un comportamento peccaminoso quasi mi viene da sorridere, sono tutti parte di me in ogni ora della mia vita, sono ovunque e in tutti, spudoratamente.
Ecco un avverbio che diviene il centro di questo ragionamento: la spudoratezza è il primo nuovo vizio capitale! Lo lego al consumismo che oltrepassa la singola superbia per trasformarsi in malattia collettiva. Può inabissarsi oltre se si considera il fenomeno della globalizzazione dove tutto diviene di massa come l’ignoranza che non è altro che l’apoteosi dell’accidia e il conformismo nato, in parte, dalla lussuria. Quattro contro sette: dite che non va bene? Si può proseguire con la corruzione, l’odio ma poi mi chiedo se davvero desidero scavare così a fondo dentro la nostra natura, se questo è un bene o un male, se mi erigo io stessa a giudice di chi, poi ?
Se, infine, anch'essi non siano ormai parte di me.
Sempre i soliti sette, anche per i blogger.
Il blogger peccatore si sveglia e si precipita al pc. Divora blog su blog, non smette finché non è costretto, li consuma, è gola, la sua. Ma non legge davvero, non apre le pagine, ha il suo feedreader e legge solo delle parole, scarne, ridotte a flash d'agenzia, incolori. Per risparmiare tempo, dice lui; per avarizia, dunque. Trova qualcosa, però, che lo incuriosisce, va a vedere. Per prima cosa guarda il contatore. Il blogger peccatore impallidisce: ha il doppio dei suoi contatti! Una crisi di invidia lo travolge. Allora fa un commento acido all’ultimo post. Quello risponde, piccato. Si offendono a vicenda, in preda all’ira, per futili motivi, come si dice. Soddisfatto, il blogger peccatore torna al suo blog. E’ tempo di aggiornare: aggiunge una scritta glitterata, qualche cuoricino, inserisce l’ennesimo banner, cambia la musica di fondo, con lussuria. Adesso un nuovo post: ancora una sua mirabolante avventura fra il tinello e l’ufficio e il bar di fronte; con superbia pensa che centinaia di lettori penderanno dalle sue labbra, leggendolo. Seguendo un commento arriva su un nuovo blog. Un blog antico, di anni. Il blogger peccatore ignora qualsiasi cosa stia prima dell’ultimo post, quello del giorno. Ignora i tag, stavolta ben curati, la cui sola lista gli farebbe capire chi scrive. E, sprofondato nella sua accidia, salta tutti i link che il blogger aveva messo nel post, per arricchire, completare, alludere, provocare.
Un giorno, però, ne clicca uno; così, a caso. Gli va male, al blogger peccatore: è il link per l’inferno.
n e l 2 0 0 7 i p e c c a t i c a p i t a l i s o n o a n c o r a . . .
s e t t e ?